Favignana è un’isola meravigliosa, una farfalla posata sul mare e tutti i suoi scorci, i suoi tratti sabbiosi, tutte le sue scogliere e tutte le sue calette sono degne di essere viste, perché ogni centimetro dei 33 km di costa di questo “scoglio”, fa pensare di essere arrivati in un vero e proprio paradiso naturale.
Tra gli hotspot dell’isola più grande dell’arcipelago delle Egadi, a 7 km da Trapani, non posso non menzionare la cala del Bue Marino.


Si può dire, a tutti gli effetti, che questo sia un posto unico al mondo: qui, una volta, i lavoratori favignanesi scavavano nella roccia calcarea, sotto terra, per estrarre i cosiddetti cantuna, cioè i blocchi di calcarenite che sarebbero stati sfruttati per la costruzione di case e altri edifici. Oggi, quelle vecchie miniere sono ormai abbandonate e in disuso, ma non sono state chiuse. Il Bue Marino, sul versante più orientale, affacciato sulla Sicilia, mette in mostra le entrate a queste antiche cave, che appaiono come occhi e bocche spalancati sul mare. Un mare che, a mio avviso, ricorda per certi versi una galassia, talmente sono tante le sue sfumature di colore azzurro, verde, smeraldo, blu notte, turchese, celeste.



La cala si può raggiungere sia via terra che via mare. Se si opta per la prima soluzione, ci si avventura per le strade sterrate di campagna e per questo vi consiglio di usare una bici elettrica. Una volta arrivati a destinazione, davanti a voi, in cima agli alti faraglioni, si paleserà un paesaggio mozzafiato. Per tuffarsi nelle acque cristalline che dominano il panorama, bisogna fare attenzione e scendere lungo un sentiero scavato nella roccia, avendo cura di non scivolare. E in quel momento, alle vostre spalle, ecco le entrate alle cave: decine di ingressi a un labirinto sotterraneo, buio e oscuro, tanto affascinante quanto pericoloso.

Avventurarsi là dentro senza un favignanese che conosce bene il luogo è altamente sconsigliabile. Le tenebre sono così fitte che persino con le torce è difficile orientarsi e non c’è alcuna eco. Ma la visione del Mediterraneo illuminato dai raggi del sole e la parete che appare quasi dorata a tratti, sono uno spettacolo da non perdersi. Ci si arrampica in cima a una piccola rupe lì vicino, si prende un bel respiro, si gode della brezza marina che accarezza il viso e, stando attenti al fondale, ci si getta tra le braccia del mare.


Arrivando in barca, poi, la visione delle cave nel dirupo, in contrasto con la brillantezza dell’acqua, è magnifica: sembra di osservare un essere mitologico che, rilassato, scruta i passanti e li tiene d’occhio. Fate il bagno con cautela, comunque, perché questo lembo di mare è particolarmente esposto alle correnti.


Ciò che rende speciale questa cala non è solo la sua unicità paesaggistica, ma anche il motivo che si cela dietro al suo nome.
Bue Marino, infatti, deriva dal termine dialettale mammarinu, ovvero il modo che avevano e continuano ad avere i pescatori per chiamare la foca monaca. Questo pinnipede, a Lampedusa, era anche noto come “vitello di mare” o “bue marino”, come testimonia il rapporto del Capitano di fregata Bernardo Sanvinsente, nel 1843: “le foche, dette volgarmente vitelli marini, riposano nelle grotte situate nella parte di levante.”.

Sì, avete capito bene: fino agli anni Sessanta e Settanta, infatti, non era affatto inusuale avvistare questo animale nel Mar Mediterraneo, in particolar modo nei pressi di Favignana, Marettimo, Lampedusa, Sardegna, Croazia e Grecia. Per quanto riguarda il territorio egadino, la foca monaca era solita accoppiarsi e poi partorire i suoi cuccioli nelle grotte sommerse e semisommerse della cala di cui vi parlavo sopra e nella cosiddetta Grotta del Cammello di Marettimo.

Sfortunatamente, nel corso del tempo, a causa della pesca che si faceva via via più intensiva, il via vai di natanti e imbarcazioni continuo, il tutto misto a una certa non curanza per quanto riguardava la salvaguardia di questa specie, la foca monaca mediterranea (il cui nome scientifico è Monachus monachus), a metà degli anni ’70, era stata dichiarata estinta in Italia. La sua presenza si limitava dunque alla Grecia e alla Croazia e fino a pochi anni fa, il numero di esemplari presenti in tutto il Mediterraneo era davvero esiguo: solo 700. Pesca intensiva non solo perché la foca monaca veniva cacciata soprattutto per la sua pelle, ma anche e specialmente nei pressi delle Egadi, avveniva la mattanza, un particolare tipo di pesca dei tonni che, sì, sfruttava reti a maglia larga per fare in modo che i pesci più piccoli non potessero rimanere intrappolati, ma che veniva messa a rischio proprio dalle foche, che potevano accidentalmente rovinare le stesse reti, una volta messe in acqua. Perciò, quando i pescatori si ritrovavano questo animale davanti agli occhi, pronto a combinargli inconsapevolmente un mucchio di guai, non si facevano tanti scrupoli a ucciderlo.

Sembrava dunque che non ci fossero speranze per vedere di nuovo questa adorabile bestiolina nuotare pacifica e tranquilla nelle nostre acque.
Fortunatamente, ci dobbiamo ricredere: l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in collaborazione con l’Area Marina Protetta Isole Egadi (AMP), ha avviato un progetto di monitoraggio nel 2011 e, da quell’anno fino al 2018, ha riscontrato con successo la presenza della foca monaca in alcune grotte di Favignana e Marettimo, durante il periodo invernale. Questo è stato possibile grazie all’ausilio di fototrappole, dei congegni affatto invasivi per l’animale, dotati di sensore di movimento, sensore termico e una fotocamera con visuale notturna in grado di scattare fotografie senza l’utilizzo del flash e senza disturbare la foca.

È quasi certo che gli esemplari registrati nel corso degli anni siano due femmine diverse, con segni e cicatrici sul corpo che, al contrario di quanto si possa pensare, rappresentano non segni di lotta, ma segni di tentativi di accoppiamento.

I ricercatori sono entusiasti della scoperta, perché con i giusti accorgimenti, questi teneri mammiferi possono tornare a stabilirsi nel territorio egadino!
È importante sapere come comportarsi nel caso in cui si incappi nel pinnipede dall’amorevole musetto: se si è in barca, è consigliabile spegnere il motore o comunque metterlo al minimo, senza tagliare la strada alla foca; se la si incontra nuotando in una grotta, non bisogna disturbarla per nessun motivo, altrimenti si spaventerà e si correrà il rischio che non si presenti più nella zona. In ogni caso, quando si avvista una foca monaca, è necessario avvertire quanto prima l’AMP o la Guardia Costiera, in modo che il personale specializzato possano intervenire.

Stesso discorso vale per gli avvistamenti delle tartarughe marine, dato che la loro presenza nell’arcipelago è ben nota, tanto che a Favignana è presente un Centro di Recupero apposito, dove le tartarughe vengono monitorate e curate nei casi estremi.
Ma di questo vi parlerò meglio in un prossimo articolo.

Per il momento, avete una ragione in più per visitare Favignana: non solo per godervi il mare fantastico, il sole e l’inimitabile cucina siciliana, in un’atmosfera unica e ricca di storia e cultura, ma anche per avere la possibile compagnia di una fauna davvero ricca, dove anche i delfini sono di casa.
D’altronde, come diceva il poeta, giornalista e scrittore statunitense Walt Whitman (1819 – 1892): “Per me il mare è un continuo miracolo; i pesci che nuotano, le rocce, il moto delle onde, le navi, con gli uomini a bordo. Che miracoli più sorprendenti ci possono essere?”


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