Favignana, nel tempo, ha assunto volti sempre diversi.

In principio, era un lembo di terra noto anticamente con il nome Egusa (Aegusa per i latini), proveniente dal greco Aigousa, traducibile letteralmente con “ha molte capre”, proprio perché se ne allevavano parecchie; poi, è diventata Favignana dal romano favonius (favonio), cioè il vento proveniente da ovest che governava e continua a governare questa zona. In seguito, si è trasformata nell’isola famosa per la mattanza del tonno, scelta dalla famiglia Florio per avviare la produzione e la vendita di massa delle scatolette di tonno sott’olio. Oggi è la casa di Ulisse, l’isola di Itaca nel film “The Odyssey” di Christopher Nolan.

Ma quello a cui stanno puntando il sindaco Giuseppe Pagoto e la sua giunta è un ulteriore tassello da aggiungere alla mutevole identità egadina: vorrebbero che l’arcipelago diventasse un punto di riferimento culturale a livello internazionale, con festival, rassegne letterarie, mostre artistiche e via discorrendo.

E c’è un artista che con i suoi disegni è riuscito a elaborare un continuo e prolifico ritratto di Favignana: un manifesto figurativo che unisce perfettamente il bisogno comunicativo intellettuale che ha l’isola a una delle sue facce più note, ovvero il suo legame con il mare.

Il suo nome è Gérôme e me piace considerarlo come un ritrattista delle navi e delle reti.

All’anagrafe è registrato come Girolamo Savalli, ma il suo vero nome è Gérôme, nato a Biserta, in Tunisia, nel 1948. E perché, allora, è registrato come Girolamo? Perché quando fu costretto a trasferirsi in Italia con la sua famiglia, la burocrazia tendeva a tradurre i nomi stranieri con le loro controparti nostrane. Perciò, non lo chiamerò Girolamo, ma userò Gérôme, com’è giusto che sia.

Le sue radici uniscono un padre favignanese e una madre nata nei pressi di Trieste, in un paese allora nostrano ma sloveno nel presente. Nato e cresciuto in Tunisia perché il padre aveva trovato lì il lavoro come comandante di barche, Jerome, così come i suoi fratelli e sorelle, parla molto bene il francese, studiato nelle scuole tunisine, essendo allora la Tunisia una loro colonia.

«Ho fatto il pescatore per 60 anni.», mi racconta ripercorrendo mentalmente la sua vita, mentre sua moglie tira fuori dall’armadio del suo studio tutti i suoi disegni «Quando ero piccolo, quando andavo a scuola e c’erano le vacanze estive, io andavo a pescare con mio papà. Mi piaceva fare il motorista sulla barca, avanti e indietro con la barca! Avevo 8 anni. E poi, quando siamo venuti qua (a Favignana), avevo 14 anni e ho continuato a lavorare con mio papà.»

La sua storia potrebbe essere materiale da romanzo: Gérôme e la sua famiglia non se ne sono semplicemente andati, ma sono scappati dalla Tunisia.

La sua storia potrebbe essere materiale da romanzo: Gérôme e la sua famiglia non se ne sono semplicemente andati, ma sono scappati dalla Tunisia.

Era il 1961 ed era in atto quella che ai posteri è conosciuta come crisi di Biserta, vale a dire un conflitto tra Francia e Tunisia: quest’ultima, nonostante l’indipendenza ufficiale dichiarata nel 1956, voleva distaccarsi completamente dallo Stato colonizzatore, che dal canto suo aveva mantenuto il controllo strategico della base navale di Biserta.

«Avevano emesso una legge: i proprietari non erano più i padroni delle barche.», mi spiega Jerome. Suo padre non poteva accettare che i natanti che aveva acquistato con il lavoro e il sudore potessero essere ceduti a chissà chi, così decisero di fuggire: «Mio papà, i miei fratelli Domenico e Marino e io. Eravamo due su ogni barca. Il resto della famiglia è rimasto là: mia madre, mia sorella e il più piccolo. Ci hanno raggiunti tempo dopo con le navi del rimpatrio. Partivano navi dirette verso la Francia e l’Italia, la legge diceva che in Tunisia non ci potevi più stare.»

Perciò, in maniera praticamente clandestina, Gérôme, suo padre e i suoi fratelli hanno affrontato il mare aperto con le loro imbarcazioni, hanno attraversato il Mediterraneo e sono approdati a Favignana.

Da allora, hanno vissuto in perenne contatto con il mare: Gérôme ha fatto il pescatore e il tonnaroto, ingegnandosi persino nell’elaborazione di nuove soluzioni, modificando le reti per renderle più efficienti.

Una vita modesta e discreta, dice, fatta di sacrifici, ma allo stesso tempo cullata dalla passione che Gérôme ha sempre avuto per i natanti e per la pesca. Una passione che ha preso vita e forma nei suoi disegni.

«Quando andavo alle elementari in Tunisia, c’era un disegno delle carte nautiche. E io l’avevo fatto subito, l’avevo replicato con precisione e tutti gli amici, i ragazzi e le ragazze sono venuti da me a chiedermi di fare loro una copia. Avevo un dono! Io non riesco a disegnare qualcosa di mio, di originale da zero, ma se mi chiedi di copiare qualcosa, lo elaboro subito.»

Ma ciò che mi lascia veramente strabiliata, mentre osservo le sue opere, le posiziono accuratamente sulla sua scrivania per riprenderle e scattare delle foto, toccandole con cura per la paura che possano sbriciolarsi tra le mie mani a causa di chissà quale fatalità, è che i suoi soggetti sono stati replicati totalmente a memoria: «Non mi piace fotografare, mi piace creare una cosa perché rimanga così, stampata nella mente.»

E così, osservando, manovrando e navigando, Gérôme ha creato un book illustrativo fatto di centinaia di ritratti delle barche che gli capitavano sotto mano: da quelle della tonnara, alle imbarcazioni dei pescatori, ai velieri, alle navi da crociera e anche qualche nave più antica, dell’Ottocento, vista magari su un libro di testo o su uno scatto seppiato consumato dal tempo.

Disegni a matita, a pennarello, su carta, su tela… Tutti che rappresentano una sorta di continuità con la professione di una vita: Gérôme ha cominciato a realizzarli quando è andato in pensione, quando il corpo ha iniziato a presentargli il conto degli anni passati. E la memoria è stata la sua vera alleata, la sua compagna, la ragione per cui di notte ogni tanto si alza ed è preso come da una febbre, da una voglia irrefrenabile e compulsiva di creare, che però gli dona un grande senso di pace.

Queste non sono solo testimonianze dell’evoluzione meccanica e tecnologica delle barche o dei pesci che si possono trovare nel mare… Queste sono il suo personale, unico e meraviglioso album di ricordi: «È stato come avere un computer al posto della testa in cui avevo immagazzinato tutto.»

Parlandoci, ho avuto come l’impressione che Jerome sia una specie di custode: se gli si apre la mente e la si lascia scorrere come una pellicola su una bobina di un proiettore, si può ammirare l’anima di Favignana. Un uomo che sembra dire: “Queste mie creazioni, questi miei lavori non sono solo il mio testamento, ma sono il segno di passaggio di questa terra, anche quando il mare, un giorno, la inghiottirà.”

D’altronde, come diceva il cantautore italiano Augusto Daolio: “Non disegno per riempire un vuoto, ma per vuotare un pieno che è dentro di me e preme.”