Siamo nel 2026 e dobbiamo riconoscere che la maggior parte di quelle che sono state considerate, in certi periodi storici, delle “minoranze” sociali, non sono più sottoposte (pur permanendo, purtroppo, marcate differenze geografiche) alla crudele “caccia alle streghe” che avveniva un tempo. Il cammino verso l’inclusione sociale degli omosessuali è sempre stato un percorso estremamente travagliato nel riconoscimento dei sacrosanti diritti civili. Sebbene nell’Antica Grecia fosse una pratica vista come del tutto normale e accettata (addirittura un indicatore di status sociale), andando avanti negli anni, durante il Tardo Romano Impero, ci fu una rapida discesa verso una stigmatizzazione sempre più feroce e ingiusta, affrontando gravi forme di emarginazione giuridica e sociale.

Per quanto riguarda il nostro “stivale”, nonostante l’isola principale utilizzata dal regime fascista negli anni ‘40 per il confino degli omosessuali fu San Domino, situata nell’arcipelago delle Tremiti (in Puglia), anche Favignana e Ustica contribuirono, sfortunatamente, non proprio come luoghi di reclusione, ma come limbi di transito e smistamento verso le colonie di internamento definitive.

Strappati alle proprie famiglie e sottoposti a umilianti controlli, i deportati considerati “devianti” (pensate che razza di concezione) subivano la violenza psicologica dell’isolamento, la perdita del lavoro e la sorveglianza continua. Loro erano colpevoli! Ma colpevoli di cosa? Di amare in un modo “non convenzionale”? Di preferire qualcuno dello stesso sesso al posto del sesso opposto? Di voler indossare una gonna anziché un pantalone e viceversa? Questo la dice lunga sulla nostra arretratezza culturale: un’arretratezza promossa fino a pochi decenni fa e che, malauguratamente, sopravvive ancora oggi in certi nuclei familiari, dove i figli e le figlie che trovano il coraggio di fare coming out, vengono rifiutati, se non ripudiati (attuale cronaca docet). E voglio comunicare questa indignazione pur non facendo parte della comunità LGBTQ+, in quanto donna strettamente eterosessuale.

Quindi, quanto avverrà nei prossimi giorni sarà una sorta di rivalsa sia politica che culturale: laddove un tempo si limitavano le libertà individuali, gli stessi spazi, oggi, si trasformeranno in piazze aperte al dibattito e a varie attività che si svilupperanno attraverso workshop performativi diffusi sul territorio, laboratori di danza urbana e riflessioni collettive a contatto con la natura, nei vari programmi pianificati per queste giornate.

Dal 7 all’ 11 luglio 2026, la comunità dell’arcipelago egadino, gli attivisti e i turisti, si uniranno per affermare l’autodeterminazione e i loro diritti durante la Pride Week: lo slogan scelto per l’edizione, “Corpi unici, una galassia di immaginari”. L’organizzazione della manifestazione curata dal Comitato Egadi Pride, avrà il patrocinio ufficiale del Comune di Favignana, dimostrando come le istituzioni locali possano giocare un ruolo chiave nei processi di integrazione.

Così Favignana libera le sue ali di farfalla, tingendo il blu del Mediterraneo con i colori dell’arcobaleno, per ricordare al mondo che ogni amore è un porto aperto e nessun corpo è un’isola, e che gli infiniti azzurri del suo mare sono fatti per accogliere tutte le sfumature della libertà.

Per l’appunto, come diceva la scrittrice francese Simone de Beauvoir (1908-1986): “Di per sé stessa, l’omosessualità è limitante quanto l’eterosessualità: l’ideale sarebbe essere capaci di amare una donna o un uomo; indifferentemente, un essere umano, senza provare paura, limiti, od obblighi.”