Vi ho già parlato in passato di come Favignana e le isole Egadi siano una fonte di ispirazione per una grande varietà di artisti. Vi ho mostrato le bellissime tele grezze e maestose di Gaspare Bertolini (ho scritto un’intervista e realizzato un paio di reel, da visualizzare cliccando qui, qui e qua); vi ho fatto conoscere il pittore en plein air dell’isola, Giovanni Marano (ho scritto un pezzo, leggetelo cliccando qui). Ma ci sono tanti altri nomi che meritano la mia e la vostra attenzione, come il personaggio protagonista di questo articolo. Un uomo che, osservando i suoi lavori pittorici, definirei quasi come un creativo dall’aura primordiale: Danio Migliore.
(Qui e qua potete accedere rispettivamente al suo sito e alla sua pagina Instagram)

Danio non è un semplice autodidatta. Al contrario, per quanto dipinga da quasi 40 anni (come ha affermato lui stesso mentre lo intervistavo davanti a un caffè), ha studiato presso il liceo artistico di Trapani e all’accademia delle Belle Arti di Brera.
«Cosa dipingo? In realtà non lo saprei definire neanch’io. Sostanzialmente dipingo archetipi o forme archetipiche.», sono le sue parole.
La sua pittura va oltre l’astrattismo: incontra l’inconscio e torna indietro, riportando forme stilizzate e ancestrali che si proiettano nella sua mente, ma che possono essere riscontrate altresì nelle pitture rupestri. Effettivamente, la sensazione che ho provato di fronte a uno dei suoi quadri, è stata quella di trovarmi dinanzi alle prove del passaggio di un popolo antenato, come quando si entra in una caverna ricca di tracce primitive.
E infatti, Danio conferma tale sentimento: «È emblematico l’esempio della Grotta del Genovese a Levanzo (ve ne ho parlato bene in un reel che potete vedere cliccando qui), che ho potuto visitare anni fa. Ed è stato come una sorta di iniziazione. La grotta è il ventre della Madre Terra, una forma uterina, un ambiente caldo e umido, quindi entrare in quella grotta, per l’uomo preistorico, era un po’ come tornare alle origini, dentro al ventre della Madre Terra. E attraversando un periodo X di gestazione, ritrovava sé stesso. E ritrovando sé stesso era in grado di rappresentare la forma archetipica dell’essere umano, che è quell’omino stilizzato classico. Io, da quel momento, ho avuto questa folgorazione sulla via di Damasco e ho iniziato a dipingere questi soggetti.»

Ma che cos’è un archetipo, per i profani? Potrei definirlo come un’idea. Scomodo il mai citato abbastanza Platone e la sua filosofia delle idee e dell’Iperuranio.
L’Iperuranio (dal greco, “hypér” che significa “sopra” e “ouranós” che vuol dire “cielo”) è un universo metafisico situato, appunto, sopra la volta celeste. Questo è il regno degli archetipi, ovvero delle idee perfette di ogni emozione, sensazione, concetto o anche oggetto materiale che noi conosciamo. E che cos’è un’idea? Come spiegarlo in modo semplice… Se io vi chiedessi di immaginare quello che per voi può essere l’Amore perfetto o il cerchio perfetto o anche la sedia perfetta…? Secondo il pensiero di Platone, il piano reale e fisico in cui viviamo sarebbe composto interamente da copie imperfette di queste idee. Riprendendo il mito della Caverna: le idee sono gli oggetti senza difetti, posizionati al di fuori della caverna, illuminati dalla luce divina dell’Intelletto e della Ragione; la nostra realtà limitata è l’interno della caverna e tutto ciò che ci circonda non è che l’ombra di tutte le cose meravigliose all’esterno, proiettata parzialmente o malamente sul muro buio di fronte a noi.
Ecco, quell’idea di assoluta perfezione ancestrale, quell’idea che ha generato tutte le sue copie imperfette che fanno parte del nostro vissuto, è un archetipo: una sorta di cartamodello di base universale, ma divino.
Risulta quasi un ironico controsenso citare Platone in una descrizione incentrata su un pittore che si può definire un “pittore platonico”, poiché Platone considerava l’Arte una perdita di tempo, una rappresentazione visiva della brutta copia di un’idea… Ma è una sua opinione, non nostra! Non si può concordare su ogni argomento ed è qui che la mia strada e quella di Platone si dividono nettamente.

Tornando a Danio: le sue parole, il modo in cui mi ha raccontato questa sua illuminazione pressocché mistica, sono un chiaro segno di una persona che ha una fortissima formazione teorica sul tema dell’Arte, infatti insegna tale materia alle scuole medie e nel 2019 ha scritto un libro intitolato “Attraverso i confini del tempo e dello spazio. Saggio sulle forme archetipe”, edito da Mimesis Edizioni. E come qualsiasi artista che si rispetti, egli ha abbandonato gradualmente la parte prettamente figurativa, quella pratica che viene esposta a livello scolastico, per andare a ricercare «l’essenza delle cose», come la chiama lui.
Eppure, come accennavo sopra, la Grotta del Genovese è stata “solo” una pietra miliare del suo percorso, ma Danio dipinge sin dai tempi dell’asilo. Lui la indica come «un’esigenza» che ha sempre avuto. Anziché fare i compiti, lui si rinchiudeva nel tinello e si immergeva in un mondo di fantasia fatto da una miriade di disegni.
Danio ha sperimentato tante forme di disegno, compreso l’autoritratto, che per lui era un modo di osservare sé stesso dall’esterno, visto che nessun autoritratto potrà essere uguale all’altro. Ogni giorno si può avere una visione diversa dell’Io, un occhio più critico, una vista sbiadita o risaltata dal velo delle emozioni che si provano in quel momento.

Ma se occorre sottolineare quale sia la vera Musa ispiratrice di Danio, questa è la Natura. La sua pittura platonica è cominciata con una foglia. Una semplice foglia che è stata come uno squarcio nella realtà e sulla tela. «Oltre al mondo fisico e percepibile dai sensi, c’è un’altra realtà.», continua a spiegare Danio, per riuscire a farmi comprendere al meglio cosa vuole comunicare attraverso i suoi lavori, realizzati con smalti, colori acrilici e vernici su supporti di ogni tipo: lui spazia dalle tele di iuta, al PVC, al tessuto, agli scarti di pelletteria e ai materiali di recupero.
«Il mio è un lavoro metodico come un mantra, perché i temi analizzati, ruotano attorno a delle forme ben definite. Dunque, diventa un’esigenza meccanica che dona un nuovo significato anche grazie al cambio del materiale che uso.»
Lui non costruisce nella mente il suo disegno e poi lo rappresenta figurativamente, ma parte col pennello, si lascia trasportare dall’estro e mano a mano dà vita a una composizione che inizialmente non conosce nemmeno.

Sono forme, sì, naturali, ma anche legate agli archetipi femminili, idoletti paragonabili alle Veneri del Paleolitico, figure antropomorfe maschili o esseri androgini senza una sessualità marcata. A questo punto, diventa palese ed evidente un’ulteriore fonte di ispirazione: l’arte africana, vale a dire l’arte per eccellenza primitiva, il filo conduttore del presente con le nostre radici, con le nostre origini, con l’inizio di tutto.
E Danio colleziona anche maschere africane e feticci di questo continente all’interno della sua “casa-atelier” di Marsala, dove le pareti pullulano di sue opere: «La nostra arte deriva da queste tribù, che ancora sopravvivono.», asserisce con una punta di orgoglio e di ammirazione nella voce.

E come dargli torto? A me capita specialmente con i loro canti, con le loro musiche… Si smuove qualcosa nell’animo, un richiamo, una voce antica e potente che sembra essersi affievolita col passare dei secoli, dei millenni, con l’avvento dell’industrializzazione e della globalizzazione. La sacralità della nostra essenza vitale si è sbiadita nel tempo, come una maglia finemente colorata e ricamata a mano rovinata da troppi cicli di lavaggio sbagliati in una lavatrice industriale.
Tuttavia, quella scintilla non si è spenta. È lì, da qualche parte dentro di noi, che si incendia solo con certi stimoli.
L’arte di Danio Migliore è un po’ come una fascina di legna atta ad alimentare tale fiamma. Ed ecco che di colpo, osservandola, ci troviamo trasportati in un tempo fuori dal tempo, un viaggio fuori dal corpo, ascoltando un sussurro urlato da lontano che non sappiamo bene cosa voglia dirci, ma che ci fa sentire parte del Cosmo.
Effettivamente, come diceva la cantante e attivista sudafricana Miriam Makeba (1932 – 2008): “L’Africa ha i suoi misteri e persino un uomo saggio non li capisce, ma li rispetta.”


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