Nell’arcipelago delle Egadi le meraviglie naturali e storiche non si fermano esclusivamente all’isola principale di Favignana, ma si estendono anche alla più piccola isola di Levanzo.
Su questo “scoglietto”, con una superficie di poco meno di 6 km² e con poco più di 200 residenti permanenti, esiste un patrimonio culturale tra i più importanti della nostra penisola, se non d’Europa: la Grotta del Genovese (cliccando qui, potete vedere alcune mie riprese).

Per visitarla, occorre prendere ovviamente l’aliscafo verso Levanzo (che parte sia da Trapani, che da Favignana) e, previa prenotazione online sul sito ufficiale (che potete trovare cliccando qui), ci si può presentare al desk che si trova proprio di fronte al molo. Da lì, una barca vi condurrà all’ingresso del complesso. Questo è l’unico modo certo e diretto per giungere a destinazione, a meno che vi trasformiate in uno stambecco pronto ad affrontare sentieri sterrati irti e impervi.

Prima di entrare, la guida fornirà tutte le regole di sicurezza per la visita, comprese retine per i capelli e caschetto.
È divieto tassativo fare foto e video! Ricordate che non solo state entrando in una grotta, quindi con il rischio concreto di farvi del male se non prestate attenzione, ma anche in un sito archeologico prezioso e delicato.
Il nome di questa grotta è dovuto alla contrada in cui è situata, denominata appunto “del Genovese”.

Secondo i racconti, venne scoperta nel 1949 per un puro colpo di fortuna dalla pittrice fiorentina Francesca Minellono, in quel periodo in vacanza sull’isola.
Mentre esplorava i dintorni, s’imbatté in questo buco nella roccia e decise di infilarsi in avanscoperta, strisciando sul ventre (un po’ come viene richiesto ai turisti per entrare, visto che l’ingresso è “accucciato”).
La Minellono informò subitamente il professor Paolo Graziosi dell’Istituto di Paleontologia Umana dell’Università di Firenze e la soprintendente per le antichità della Sicilia Occidentale, Jole Bovio Marconi. Fu così che il sorprendente rinvenimento conobbe la notorietà.


Sulle pareti calcaree si possono ammirare incisioni e pitture rupestri risalenti rispettivamente al Paleolitico superiore e al Neolitico.
Le incisioni del Paleolitico mostrano, tra figure umane e piccoli animali, anche bestie di grossa taglia: bestie che non potevano essere sull’isola. Questo dettaglio ci fornisce un’importante informazione, cioè che Levanzo era unita alla Sicilia da una sottile linea di terra e permetteva il transito delle tribù.


Le pitture nere e rosse del Neolitico rappresentano un ulteriore e rilevante passaggio (oltreché un grande salto temporale): le tribù popolarono Levanzo, rimanendo tuttavia del tutto isolate dalla Sicilia; la lingua di terra era stata sommersa.
Ciò viene testimoniato dal fatto che gli animali della terraferma hanno lasciato spazio a quelli che sembrano essere pesci, nello specifico tonni. Gli uomini erano quindi passati dalla caccia grossa alla pesca.


Inoltre, sono presenti circa 14 idoletti a forma cilindrica e di violino, dipinti qua e là.

Questa è una tappa imperdibile nel tour delle Egadi, che lascia strabiliato qualsiasi visitatore, poiché ci si trova di fronte a qualcosa di veramente straordinario: quelle pitture rappresentano un filo sottile, ma indistruttibile, che ci collega direttamente al passato.
Noi osserviamo quelle pareti. Immaginiamo i nostri antenati, mentre le sinapsi nel loro cervello in via di sviluppo concepivano la prima e primordiale idea di comunicazione visiva, di racconto figurativo, di arte.
E noi che osserviamo, siamo i discendenti di quegli uomini e di quelle donne, le cui voci riecheggiano nella grotta come un’eco lontana, che ci ricorda il nostro legame indissolubile col mondo e la Natura.

Anche perché l’archeologo e studioso di preistoria tedesco Robert Rudolf Schmidt (1882 – 1950) diceva: “I primi tentativi dell’uomo, di trovare un mezzo tecnico di rappresentazione, risalgono alla primitiva Età di Aurignac. Questi primi sforzi infantili di realizzare una forma dell’Homo sapiens ci sono illustrati dalle immagini più antiche e più profonde delle grotte della regione nordica primordiale dell’Europa occidentale. Ancora una volta è la figura primordiale della mano, che – come per il primo strumento universale – indica all’uomo la via.”


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